TEDIO ESISTENZIALE E ANGOSCIA: un problema che viene trattato con una certa leggerezza ma la cui soluzione è di grande profondità.

QUANDO SENTI CHE LA TUA VITA È NOIOSA, RIPETITIVA, MINACCIOSA…

…il disagio, l’apatia e la disperazione ci consumano dentro.

 

Senti che la tua vita ha perso tutto il suo sapore ed è diventata monotona? Hai perso la gioia di vivere? In questo testo troverai alcune delle cause che spengono la fiamma della vita e alcuni suggerimenti pieni di poesia che ti inviteranno a riaccenderla.

Ho deciso di scrivere questo articolo perché la noia esistenziale è stata sempre una delle grandi tematiche della mia vita e non è stata affrontata in profondità dalla psicologia, perché non viene considerata così grave come, ad esempio, la depressione. E nemmeno dalla letteratura,  in quanto non la considerava fonte di ispirazione al pari di altre condizioni, viste con un alone di bellezza, come ad esempio la malinconia.

Pascal diceva che solo colui che è in grado di stare da solo nella sua stanza è capace di essere felice, e si riferiva a tutti coloro che sono capaci di mettersi davanti alla noia: quella sensazione così rara che contiene tante emozioni appassite e che rappresenta un feroce specchio che ci restituisce il riflesso esatto del momento esistenziale in cui siamo.

Di cosa siamo annoiati? Di noi stessi? Di rispondere sempre con gli stessi schemi di difesa a ogni opportunità?

Per lo psicologo Boyle “la noia è l’anticamera  della creatività”, dal momento che è uno stato che ci sfida a creare la nostra vita. Se qualcosa ci annoia è perché risulta ripetitivo, e questa monotonia viene da una certa indolenza o pigrizia di uno spirito che ogni giorno cede il potere alla paura, e quando la paura riesce a prendere mano, l’energia poco a poco si blocca, facendo sì che la cancrena nerastra del disagio si estenda a tutto l’essere e ci renda agonizzanti e senza ossigeno, resistendo a ciò che è nuovo, resistendo all’aprirsi e continuando a leccarsi le dita dal piatto secco di un banchetto che una volta dava pienezza.

Voler sapere cosa succederà è uno degli ambasciatori della paura.

Voler sapere cosa succederà ci porta a chiudere – quasi involontariamente e di corsa – la porta, quando la vita ci viene a portare benevolmente questi venti freschi d’amore che tanto desideriamo ma che in fondo temiamo.

Voler sapere tutto quello che succederà, prepararsi, significa mutilare la volontà e il desiderio, ed è così che smettiamo di sorprenderci della vita e di noi stessi. Questo controllo viene dalla paura di sentirci bisognosi e vulnerabili e questa resistenza cronica che si auto immola ci porta a spegnerci e a sperimentare l’assenza di desiderio. In questo senso, facciamo una differenza fra tedio situazionale, che sarebbe l’assenza dell’oggetto del desiderio, e tedio esistenziale, che sarebbe l’assenza del desiderio stesso. Coloro che appartengono alla seconda categoria potrebbero essere considerati illuminati dai buddisti, ma sarebbe una considerazione erronea dal momento che non c’è nessuna pace in questa assenza del desiderio, anzi, c’è una tremenda ansia di recuperarla di nuovo e di degustare ancora una volta questa cascata di piacere chimica ed elettrica che scorre per tutto il corpo, accarezzando ogni angolo del proprio essere.

La noia è, come ha detto José Antonio Marina, “Il parente povero dell’angoscia”. Ciò nonostante non possiamo dire che si tratti di due categorie distinte, in quanto entrambe si trovano all’interno di una categoria dimensionale in cui l’angoscia rappresenta il parossismo della noia e la noia una nebbia di angoscia che impregna e pesa sull’anima, accompagnata da un dolore sordo e testardo che affossa i nostri impulsi costanti di sollevare l’animo. Questa nebbia umida motivata dalla pirotecnia dell’immaginazione, con i suoi fuochi artificiali, ci porta a cercare questa sensazione di pienezza a cui tanto aneliamo. Paradossalmente, l’entrata in questo parco giochi illuminato con luci al neon può far sì che ci precipitiamo su un desolato parco fantasma con luci spente, il cui vomito ci restituisce di nuovo la frustrazione. Cercando di attrarre il nuovo, riposizionando nel presente le nostre grazie ingiallite e le nostre vecchie glorie, ci condanniamo soltanto a degustare un’altra volta una gomma insapore.

Ci sono espressioni come “perdere tempo” o “tempo morto” che alludono a momenti in cui, ben lungi dal nutrirci o rigenerarci, li viviamo come un abisso dal quale temiamo di essere ingoiati per poi sparire nella dimenticanza. Una sensazione di allarme e colpa come se nel momento in cui ci plachiamo il mondo intero dovesse caderci addosso e schiacciarci.

È proprio da questi momenti che molti di noi fuggono nella frenesia di fare cose in continuazione, ed è così che incappiamo nella spiacevole sensazione di perderci qualcosa di meraviglioso che sta succedendo da qualche altra parte. Altre volte ci capita di incappare nel potenziale inutilizzato, o represso, e allora sentiamo che ci stiamo sprecando.

Se dovessi citare un libro che riunisce tutta una raccolta letteraria e filosofica di coloro che si addentrarono profondamente in quest’argomento, sarebbe: “La scuola della noia”, del messicano Luigi Amara. In questo libro l’autore si chiude 40 giorni a casa sua con lo scopo di fronteggiare questa sensazione di cui ha tanta paura e che gli soffia dietro l’orecchio quando si siede da solo sul suo divano consumato. L’intenzione di Luigi poggia sulla speranza e la supposizione di poter arrivare ad attraversare una soglia dentro questa noia che possa poi sfociare nella pace interiore. Ma al contrario, gli succede che si dispera e non lo ottiene, come non lo ottiene nessuno degli autori che menziona. Perché ciò che non sopporta è questo sentimento di sentire che non si sente nulla, infatti la parola aburrimiento (noia in spagnolo) etimologicamente viene da “ab horrere”: senza orrore. Si diceva per riferirsi ai nemici che non erano temibili, che non potevano ucciderti nella lotta, ovvero, qualcosa che non  ti fa nemmeno sentire orrore, come una paura a un non sentire che è arrivata da una paura di sentire. Un limbo che fa impazzire, in cui la volontà e la ragione rimbombano come le palle di un flipper negli stretti corridoi del dolore.

Quando la noia non si può trascendere, si tende alla trasgressione come risultato dell’afferrarsi a qualcosa nel tentativo di sentire, anche se per far ciò bisogna attraversare una legge morale o un cosiddetto vizio. Da qui viene il fatto che molte dipendenze sono in realtà una fuga dalla noia e che sui giornali ci siano storie di crimini motivati dalla stessa cosa. Questo ci mostra il volto più terribile di questo fenomeno.

Luigi Amara andò altri 40 giorni a Las Vegas, la città del divertimento, e lì trovò soltanto “noia in movimento”.

Schopenhauer diceva che la barca della nostra vita naviga tra due grandi mostri, Scilla e Cariddi, l’agitazione e il tedio… e il tedio è questo mostro vorace che ci inghiottisce nel suo sbadiglio e che Baudelaire ha descritto minuziosamente nella sua poesia “Al lettore”:

 

L’errore, la stoltezza, i laidi trascorsi

ci attanagliano l’anima, crucciando i nostri petti;

noi nutriamo i nostri amabili rimorsi

come i pezzenti nutrono i loro pidocchi.

Son tenaci i peccati e vili i pentimenti;

ci confessiamo chiedendo una mercede abietta,

poi sulla via melmosa ritorniamo contenti,

credendoci detersi da qualche lacrimetta.

Satana Trimegisto, accanto all’origliere

del peccato, ci culla rapiti lungamente, 

e il metallo del nostro indomito volere

fonde, appena lo tocca quel chimico sapiente.

I fili ci muovono, il Diavolo li tiene!

Ci avvincono le cose ripugnanti e bestiali;

senza orrore ogni giorno, fra le tenebre oscene,

ci avviciniam d’un passo alle porte infernali.

Come un vizioso povero che bacia e succhia il seno

vizzo e martirizzato d’una sordida vecchia, 

noi rubiamo passando il piacere terreno

e lo spremiam rabbiosi come un arancia secca.

Entro il nostro cervello, come un groppo di vermi,

un popolo di dèmoni gozzoviglia crudele

e, quando respiriamo, entro i polmoni infermi

precipita la Morte con il suo pianto, come fiume invisibile.

Se lo stupro, l’incendio, il veleno, il pugnale

non hanno ricamato con perizia squisita

dei nostri giorni grigi l’orditura banale,

gli è che l’anima nostra non è abbastanza ardita!

Ma fra i lupi, le iene, i falchi e le pantere, 

le scimmie, i sciacalli, gli scorpioni, i serpenti

che urlano e grugniscono, giostrando in turpi schiere

entro il serraglio infame dei nostri traviamenti,

uno ve n’è, più laido, più maligno ed immondo!

Sebbene non accenni un gesto ne un bisbiglio,

vedrebbe volentieri crollare l’interno mondo

e inghiottirebbe il globo con un grande sbadiglio:

è la Noia! Con l’occhio di lacrime appannato

fuma e sogna la forca nel suo tardo cervello.

Tu, lettor, conosci quel mostro delicato,

ipocrita lettore, mio pari, mio fratello!

 

Che via d’uscita ci resta davanti a una tale disdetta?

C’è un cadavere agonizzante dentro di noi, un Frankenstein che creiamo per sopravvivere, come un sostituto del nostro vero essere e che fa ogni volta più fatica a respirare. Questo cadavere è pieno di pallottole, di aspettative fallite, di desideri insoddisfatti, e si è sollevato su di noi nel tentativo patetico e tetro di sopravvivere. Ci guarda con il suo sguardo ostile pieno di disprezzo e sospetto, però resiste e si alimenta di lamentele e colpa, di controllo e di odio. Perché credete che negli ultimi tempi le serie sugli zombi stiano avendo tanto successo? Vederle ci permette di scaricare con catarsi una realtà inconsapevole che ci asfissia dentro.

Sopportare quel cadavere e caricarlo è come vivere l’esistenza intrappolati in una ragnatela di pelle morta. L’Ayahuasca viene definita “la liana dei morti”, molte persone sperimentano  con lei la morte anticipata di questo cadavere vivente, e addirittura sentono la sua puzza.

E dico anticipatamente così come dico quasi definitivamente, perché l’Ayahuasca è l’unica che ci permette di vedere il volto fantasmagorico e dantesco di questa ferita vivente che governa la nostra vita, ferita del rifiuto fatta di carne morta con pus e sistema di difesa artificiali che abbiamo creato affinché nessuno tocchi questa piaga che nascondiamo così bene. Una volta l’ho vista, ho visto la mia ferita, il suo volto e il modo in cui decideva per me, percepiva per me e “amava” per me, prendendo il controllo della mia vita e vestendo d’apatia la mia paura. Bisogna stare molto attenti ogni volta che quest’ombra sradicata, fatta di rabbia e di passato, cerca di usurpare il trono che corrisponde all’amore.

Altre medicine usate, come il Bufo Alvarius, ci permettono di vivere un’esperienza momentanea ed eterna di riconciliazione e di gratituidine totale per l’esistenza. Però allo stesso tempo ci fanno percepire la voce ridicola e rumorosa dell’ego, con la quale viene tessuto il tedio, questo maldestro errore dalla comprensione limitata offuscata dalla malata percezione di un mondo in cui a tutto e a tutti manca qualcosa, un qualcosa che solo l’energia dell’amore infinito potrebbe sanare.

Tornando dall’esperienza con l’Ayahuasca vediamo come questa voce si ricompone e ci intrappola in una prigione di dubbi, però almeno adesso comprendiamo un po’ meglio la sua assurdità, perché conosciamo la possibilità che questa voce non esista.

Nei nostri ritiri di evoluzione interiore ti forniamo gli strumenti affinché tu stesso possa dare il colpo di grazia a questo cadavere – si veda in questo blog: dissonanze cognitive come cammino verso la trasformazione – e riaccendere in te questa fiamma che distrugge il vecchio per fare emergere dentro di te i venti rinnovati dell’innocenza e della voglia di vivere.

 

Sergio Sanz Navarro

 

italia@innermastery.es

 

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