PUOI ESSERE FELICE ANCHE SE LA VITA NON HA SENSO? Autrice: Laura Torrabadella, Direttrice della Scuola Europea Ayahuasquera

HA SENSO UNA VITA SENZA FELICITÀ?

L’enorme coraggio e lo sforzo necessari per uscire dall’insoddisfazione.

Vivo circondata da persone che cercano la felicità; come se fosse una meta o uno stato d’animo che potrebbe essere raggiunto acquistando un biglietto. Vogliono sentirsi felici, in pace, equilibrati, con tutti i loro bisogni soddisfatti… e poi incontro persone che sembrano averla raggiunta fino a quando non cominciano ad aver bisogno di ulteriori cose per essere in grado di sostenere quella pace, equilibrio e felicità. All’improvviso, quando quel debole stato di apparente felicità collassa o si destabilizza, cominciano ad andare più inprofondità, a sbucciare strati di cipolla dai loro stati d’animo. Iniziano a pensare, a mettere in discussione ciò che hanno, la loro famiglia, il loro andamento vitale, sociale, sessuale. E in una svista, improvvisamente stanno già iniziando ad avere dubbi su TUTTO… e così arriva loro la domanda da un milione: qual è il significato della mia vita? Questa domanda di solito arriva quando non c’è più alcun trucco per evitare l’insoddisfazione essenziale.

Questo approccio non è nuovo, nemmeno originale. Molte migliaia di anni fa, un principe  chiamato Siddharta fuggì dal suo palazzo dove aveva tutto ciò che si può desiderare, determinato nel voler scoprire “cosa fosse la vita” e cercandone “il significato al di là della ruota del nascere e morire”. Vagò tra grandi lussi e ascetismo estremo, finché, sul punto di svenire, si sedette  sotto un albero di fico, dove  ricevette l’illuminazione dopo esserci rimasto per diverse settimane. Riassumendo molto la storia di Gautama Buddha (non il primo e non l’unico Buddha, ma colui a cui è stato attribuito il merito di aver fondato il buddismo), egli si rese conto di alcune cose fondamentali: l’edonismo estremo non aveva comportato né felicità né l’assenza di sofferenza; l’ascetismo estremo ancora meno. E così fondò quella che è conosciuta come “la via di mezzo” basata su “quattro nobili verità”:

  1. Tutta l’esistenza è insoddisfacente: in un linguaggio comune, l’essere umano è intrinsecamente fregato. Non c’è soluzione.
  2. La sofferenza viene dal desiderio, dall’attaccamento e dall’ignoranza: in altre parole, ignorare il nostro condizionamento è il seme della nostra sofferenza; non prenderci carico del fatto che ci muoviamo nel mondo cercando ciò che vogliamo e rifiutando tutto ciò che non vogliamo rappresenta la fonte della mancanza di accettazione, di incondizionalità e di una lotta costante. Vogliamo che le cose non cambino, neghiamo l’interconnessione e l’interdipendenza.
  3. La sofferenza può essere superata: attraverso l’espansione della coscienza, della profonda comprensione che avviene nel cuore di tutti coloro che si assumono la responsabilità di loro stessi in tutti gli aspetti e al 100%. Non si può superare la sofferenza desiderando che sia l’esterno a cambiare.
  4. Esiste un modo per comprendere la sofferenza che è multifattoriale e integrativo, e che richiede impegno, disciplina, sforzo e costante maturazione.

Perché parlo del Buddha in un post il cui titolo ha a che fare con il significato della vita? Perché anche Buddha cercava il significato della vita al di fuori di se stesso, nei metodi, nelle tecniche e nelle pratiche. E si rese conto da solo che, cercando il significato della vita nella vita stessa, non l’avrebbe mai trovato. Il senso della vita poteva essere solo in lui, inerente a lui, alla sua anima e alla sua coscienza. Nessun maestro glielo avrebbe mostrato, perché ogni maestro aveva trovato il proprio.

Darci il permesso di considerare che la vita non ha “significato” ci apre alla possibilità di cambiare la direzione della ricerca. Siamo nati e moriremo. Anche le persone che amiamo moriranno. La vita non ci sarà più. Ma in vita possiamo trovare la felicità dentro di noi, quindi trascendendo la vita e la morte. Questa felicità, come la padronanza interna, non è un metodo che qualcuno può insegnarti, è qualcosa che puoi scoprire.

Se riesci ad accettare l’angoscia esistenziale di essere vivo, di essere finito, di essere limitato, che, proprio come sei nato, invecchierai e morirai, e senza dare a tutto ciò più importanza di quello che realmente ha, ti avvicinerai alla comprensione del fatto che l’esistenza è molto più della vita che stai vivendo in questo momento. Che questa vita, in realtà, non è altro che un infinitesimo istante nell’esistenza di quello che sei veramente.

La felicità è l’accumulo di bagliori di profonda comprensione che avvengono in un cuore che si apre per ricevere incondizionatamente ogni traccia del percorso che la vita ha preparato.

 

 

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