IDENTITÀ E LINGUAGGIO: Come imprigioniamo l’Essere infinito con definizioni limitanti.

Voiced by Amazon Polly

Nella Conferenza del 7 aprile del 2021, in Messico, uno dei temi affrontati riguarda l’identificazione, l’identità e il linguaggio. Uno dei partecipanti, un uomo, si spostò in prima fila e, presentandosi al pubblico, usò il linguaggio per esprimere qualcosa di interiore e fare luce su di esso; osò affrontare pubblicamente una parte di ciò che lo rappresenta, con un’espressione coraggiosa e liberatoria; disse: “Sono gay e mi piacciono gli uomini”.  Sebbene lo disse da un luogo di vergogna per se stesso, però con l’intenzione di superarla, lo invitai a dire la stessa cosa in un altro modo; al posto di dire “SONO GAY”, dire: “Non sono gay, bensì appartengo al movimento gay e mi piacciono gli uomini”. Accettò questo invito a dirlo diversamente, fatto che implicava che non rifiutava le sue inclinazioni sessuali, né negava il suo desiderio, bensì che non utilizzava tutto questo per creare identificazione. Quando creiamo identità ci esponiamo al rifiuto, alla lotta, alla competizione, alle comparazioni, all’invidia, alla gelosia e soprattutto all’autolimitazione.

Tutto quello che diciamo riguardo a noi stessi definisce la nostra vita e il nostro destino; senza saperlo, ogni espressione che ci identifica nasconde una grande limitazione. Usiamo il linguaggio per definirci e, in modo inconscio, imprigionarci in spazi molto ridotti, creando una credenza che ci condanna a essere qualcosa di finito e limitato.

La parola “SONO” è essenzialmente limitante, ci definisce e identifica solo una parte, ci riduce a qualcosa di parziale, ci rinchiude in un luogo di apparente stabilità e sicurezza, però, in fondo, ci separa, isolandoci da tutto, perdendo la possibilità di essere il tutto.

Siamo molto di più di una parte, perfino molto di più della somma di tutte le parti.
Il nostro linguaggio è strapieno di parole e espressioni che, senza saperlo, condizionano la nostra vita e il nostro destino. Le esperienze più sgradevoli che facciamo sono già iscritte nel nostro inconscio. La maggior parte dei fallimenti e delle frustrazioni che sperimentiamo, non hanno nessuna spiegazione logica o razionale, a meno che non ci mettiamo nella profondità della mente per vedere e scoprire come tutto ciò che viviamo sia previamente configurato sotto forma di istruzioni scritte. È un testo molto ben conservato, trasformato in un programma. Una predestinazione fatta con parole che definiscono un’idea che è una menzogna, però che crediamo sia una verità.

Il nostro linguaggio è caricato con parole che creano un’attitudine e che determinano la nostra vita; nell’identità si ritrovano tutte queste parole che ci definiscono e che provengono dal passato, da ciò che abbiamo ascoltato dagli altri riguardo a noi stessi, da tutto ciò che abbiamo pensato e dalle conclusioni che abbiamo tratto in accordo ai limiti che abbiamo sperimentato.

L’idea di noi stessi finisce per installarsi, come un programma, nell’inconscio e diventiamo dipendenti da questa credenza. Dalla dipendenza all’identità dipendono tutte le dipendenze che esistono, sia emotive, con le sostanze, o verso le persone. Il linguaggio è lo strumento che ha creato l’identità perché è ciò che ci permette di dare un senso a ciò che ci accade, la definizione di noi stessi è fatta di percezioni e pensieri che prendono forma attraverso il linguaggio.

Ci sono parole chiave che ricorrono spesso nei diversi paesi e culture, che hanno un fondo oscuro e che condizionano chi le utilizza, per esempio la parola “MANDE” (mandare, comandare). In Messico è molto utilizzata e si trova installata nell’inconscio, quando si dice “MANDE” a un’altra persona è come se le stessimo dando l’ordine che ci dia un ordine, affinché gli possiamo obbedire. Una sola parola rappresenta un’infinità di idee preconcette che, in questo caso, possono arrivare da un complesso di inferiorità, così ben noto a psicologi e sociologi. Se già solo si eliminasse questa parola, si innescherebbero grandi cambiamenti, tuttavia, affinché sia eliminata, deve essere disinstallato il sistema che l’ha posta nell’inconscio. Al deprogrammarla, la vita di molte persone potrebbe cambiare, non solo persone che lavorano in funzioni di servitù, bensì a tutti i livelli sociali, poiché l’ho sentita utilizzare da molti, indipendentemente dalla professione e dal livello sociale. Per estirpare questa parola dal dizionario potrebbero volerci anni, e le ripercussioni sarebbero magnifiche, per l’evoluzione dei messicani.

“MANDE” è come dire: dammi un ordine, la parola “mande” proviene dal verbo “mandare, comandare” e “mando” significa comando o perfino “capo”. Il “comandante” è la figura dell’esercito che esegue ordini superiori; un “comando” è un insieme di istruzioni che devono essere compiute. “Mandami, comandami, dirigimi, ordinami, poiché io sono qui per obbedire senza resistere, né negarmi”. Il contrario esatto di questa obbedienza inconscia è la resistenza all’obbedienza, è la necessità di disobbedire e, anzi, di fare tutto il contrario di ciò che ci viene ordinato, una ribellione e una negazione a fare ciò che ci viene detto di fare obbligatoriamente; in questo caso, la limitazione è la stessa, però manifestata in un’altra maniera, la quale, porta con sé, ovviamente, anche conseguenze negative.

Un imprenditore mi ha raccontato di non essersi mai posto la mascherina o, come la chiamano in Messico, il “tappa-bocca”, per questo non va da nessuna porta, né può andare in un negozio a comprare alcunché, non vuole obbedire a ordini che vengano dall’esterno: Quando mi raccontò tutto questo come se fosse una propria ideologia creata per non obbedire alle autorità e alla legge, gli dissi: “È molto probabile che tuo padre o tuo madre ti abbiano dato molti ordini di tipo autoritario quando eri bambino, non li sopportavi e non volevi obbedire, per questo ora hai così tanta resistenza all’obbedienza, non sei contro le misure anti-Covid, bensì contro gli ordini che arrivano dall’esterno, perché questi ordini ti hanno ferito quando eri piccolo, hanno influito sulla tua autorità interna, per questo ora sei un ribelle” e mi rispose: “Ora che lo dici, credo proprio che sia così”. Le parole che ci vengono dette, il modo in cui ci parlano, entra nella nostra mente traendo conclusioni, idee e pensieri riguardo a noi stessi, ci colpevolizziamo di tutto ciò che arriva e accade; tutto questo materiale è ciò che usiamo per creare un’identità. Quando il linguaggio collabora alla disidentificazione, la coscienza aumenta e libera dalla prigione delle credenze. Con il linguaggio si è creata l’identificazione, pertanto, sempre con il linguaggio possiamo disidentificarci.

Quando mi presento in pubblico affermando che non sono un nome, non sono ciò che ho, né quello che faccio, dico, penso o dicono di me, sto dicendo che mi sono disidentificato dalle parti che si vedono o riconoscono. Non voglio già più incontrare nessuna parte di me che mi rappresenti e che sia separata dal tutto, non voglio già più appoggiarmi su nessuna parte che io stesso possa usare per poter nascondere il mio essere. Sentire nel mio cuore che NON SONO non è qualcosa che abbia fatto, è una benedetta tragedia che è accaduta al mio io: la non necessità di essere qualcuno.

Nella trascendenza dell’identità c’è il segreto della libertà, dunque si rende possibile l’umiltà, però non come una meta, né come un’attitudine che tu possa assumere solo perché lo decidi, è un’energia di sanazione, molto profonda, al punto che, quando ci arriva, NON RIMANE NULLA. L’umiltà ci colloca in un luogo da dove si possono vedere tutte le persone nello stesso modo. TUTTE. L’umiltà è l’anticamera della compassione. Dall’umiltà puoi vedere l’essere umano al di sopra di tutte le cose, però mai al di sopra di un altro essere umano. Nessuno che sia stato visitato dall’umiltà può parlare della “sua” umiltà, bensì dell’umiltà come parte dell’energia di sanazione che ci arriva, quando comprendiamo il luogo che occupiamo davanti all’esistenza.

Se sei un professionista, un imprenditore, una persona di successo, famosa, ricca, importante, padre, madre, vegetariano o vegano, ti suggerisco di considerare la possibilità di definirti affermando: “IO NON SONO QUESTO”. Perché tutto questo ti rappresenta, parla della tua apparenza non di ciò che sei. Tutte le parti che ti definiscono non sono complete perché ciò che sei è un mistero, e tutto il mistero non si può definire, solo si può esplorare, fino a dove ti sia permesso, e quando ciò accade ti trovi già su un cammino mistico, sorprendente, inimmaginabile, nel quale può arrivare di tutto, perché non sei già più dipendente da un’identità, non ti definisci già più limitatamente, bensì utilizzi il linguaggio per non definirti, in questa non definizione si apre uno spazio illimitato nel tuo essere, che dà luogo a che ti arrivi tutto questo che tanto volevi, e che non sapevi perché non ti arrivava.

Se dovessi scegliere una definizione di ciò che sono, sarebbe questa: Sono ciò che la gente che mi circonda e mi ama sente riguardo a me. Questo è ciò che sono. È un fenomeno molto rivelatore: quando il nostro essere si espande in altri attraverso l’amore, si crea un campo che, con il linguaggio del Mistero, parla di ciò che siamo, al di là di ciò che crediamo di essere.

Share on whatsapp
WhatsApp
Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on email
Email

Leave a Comment